Qualche sera addietro sono stata ad una degustazione di vini dealcolati, un’esperienza interessante sotto il profilo della conoscenza, ma dolorosa per i contenuti. Da qualche tempo il tema dei vini dealcolati è ripetutamente assurto agli onori della stampa di settore, con note di preoccupazione da parte di una certa categoria di produttori di vino e di euforico ottimismo da parte di altri, i quali intravedono in questi nuovi prodotti ottime opportunità per un segmento in crescita, esortano a guardare con occhio laico ai nuovi trend di consumi, raccomandano di abbandonare le inutili recriminazioni etichettandole come lamentele da retroguardia.
Il recente Decreto Ministeriale del Ministro dell’Agricoltura ha regolamentato le disposizioni nazionali per l’attuazione delle previsioni del Parlamento Europeo per la produzione dei vini dealcolati; questo provvedimento trae origine dal quadro della procedura legislativa ordinaria europea che regolamenta il Piano Agricolo Comunitario PAC che non solo deve garantire una società prospera e adeguatamente nutrita, ma deve anche rispondere a nuove sfide quali i cambiamenti climatici, il benessere degli animali, la sicurezza alimentare e l’uso sostenibile delle risorse naturali.
Con tutta una serie di norme collaterali ci siamo ritrovati la legge sulla dealcolazione, anche sulla scorta di alcuni principi enunciati dalla Commissione sulla strategia europea per la lotta contro il cancro, ove viene evidenziato come il consumo nocivo di alcol può contribuire all’insorgere di tale malattia, in cui si legge quanto segue:
I danni derivanti dal consumo di alcol rappresentano un serio problema di salute pubblica nell’UE. Nel 2016 il cancro è stato la principale causa dei decessi attribuibili all’alcol, con una percentuale del 29 %, seguito da cirrosi epatica (20 %), malattie cardiovascolari (19 %) e traumi (18 %). La Commissione aumenterà il sostegno agli Stati membri e ai portatori di interessi affinché attuino le migliori pratiche e le attività di sviluppo delle capacità per ridurre il consumo nocivo di alcol, in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Tra questi, il conseguimento di una riduzione relativa di almeno il 10 % dell’uso nocivo di alcol entro il 2025.
Sono perplessa, ho sempre diffuso il principio del consumo cansapevole, ho seguito vari convegni sul tema vino e salute e seguito i lavori del simposio di Coldiretti e Assoenologi, guidata da Cotarella, con un parterre di esperti hanno dibattuto il tema sono arrivati alle conclusioni: “È l’ennesimo attacco scriteriato al nostro mondo, ma metteremo in atto tutte le azioni necessarie per contrastarlo. Ci sono decine di pubblicazioni scientifiche che attestano non solo che il vino, se consumato consapevolmente e con moderazione, non è nocivo, ma addirittura fa bene alla salute”. Ma poi cosa è stato fatto a sostegno tali argomentazioni?
La stampa ha diffuso notizie circa recenti studi sulle scelte salutistiche dei Millennial e della Gen Z, che pare manifestino una particolare attenzione a nuovi stili di vita salutistici e il loro approccio al consumo di alcol sia più moderato rispetto alle generazioni precedenti e questo spiegherebbe il crescente interesse verso i vini dealcolati, considerati una scelta più sana. Nondimeno c’è da chiedersi in merito alla comunicazione aberrante che penalizza i vini se questi provvedimenti ridimensioneranno, per esempio, i problemi legati agli incidenti stradali notturni e agli eccessi del bere. Il problema dell’abuso di alcol nei giovani non si risolve con il vino dealcolato, perché non è il vino il vero colpevole, ma i superalcolici, i ready-to-drink e gli shottini consumati nei locali notturni unitamente ad “sostanze collaterali”, è qui che nascono gli eccessi. Demonizzare il vino significa colpire un simbolo della nostra cultura enologica senza affrontare le vere cause del problema e poi eliminare l’alcol dal vino significa automaticamente renderlo più sano? Infine, c’è un altro aspetto paradossale: la scadenza. Un vino dealcolato ha una vita breve, al massimo due anni. Un concetto inaccettabile per un prodotto la cui longevità è sinonimo di prestigio e qualità. L’idea di un “vino a scadenza” è un ulteriore colpo alla sua storia e al suo valore.
Da produttrice di vino, guardo con scetticismo a questa deriva che sembrerebbe più un’opportunità per grandi aziende che una reale evoluzione del settore. Infatti la crescente limitazione legislativa sui consumi di alcol pare abbia riempito le cantine di vino invenduto e la dealcolazione potrebbe apparire come un escamotage per raggiungere nuove fette di mercato e liberare le cantine. Questo processo, però, non è alla portata di tutti: richiede impianti costosi e tecnologie avanzate, fattori che solo le aziende strutturate possono permettersi, penalizzando i piccoli produttori e alterando l’equilibrio del settore vitivinicolo. E se tutto ciò fosse una risposta costruita ad arte per intercettare nuove tendenze di mercato, anche dovute all’inasprimento del consumo di alcol alla guida? Siamo davvero di fronte a un’innovazione o si tratta di una strategica operazione commerciale, sostenuta dai media che si alternano tra concetti salutistici e la fase di profondo cambiamento nei comportamenti del consumatore rispetto all’assunzione di vino e quindi è necessario frammentare il settore.
Espresse queste argomentazioni però, c’è un però un’altra riflessione da fare che manda alla deriva la maggior sensibilità verso stili di vita salutari e si potrebbe anche amaramente ipotizzare che l’evoluzione legislativa vada letta in un altro tipo di cambiamento sociale. In una parte del mondo arabo il pregiudizio nei confronti della globalizzazione è stato ridimensionato. Gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto le porte alla libera circolazione dei lavoratori e al libero scambio e non vedono i processi di globalizzazione come una minaccia. Aggiungiamo che la Premier Giorgia Meloni è stata tre volte negli Emirati dal suo insediamento, il presidente Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan è veuto in Italia per un Forum imprenditoriale Italia-Emirati Arabi Uniti, con circa 300 imprenditori dei due Stati. Sicuramente qualcosa a livello politico e sociale è cambiato, aggiungiamoci anche l’interesse della classe emergente del mondo arabo per la nostra cultura, per la cucina e poterla degustare al meglio con i nostri vini senza andare contro i dettami della religione musulmana li mette in pace, senza inutili le ipocrisie che molti di noi conoscono. Non dimentichiamo poi, tra le tante, il grande amore per l’Italia della “sceicca” del Quatar!!! che ha fatto tanti investimenti nel nostro paese a partire già dal mondo della moda. Tutto questo, a mio modesto parere, potrebbe giustificare tutta questa nuova frenesia e anche la nuova posizione di Unione Italiana Vini UIV che nel 2023 era presente al Simposio della Assoenologi e che congiuntamente alla Federvini, e “si erano espressi duramente contro le dichiarazioni dell’OMS che vedono demonizzare il vino paragonandolo a una sostanza tossica come il fumo” ora invece ha sostenuto l’ allineamento della normativa nazionale alle regole comunitarie, come del resto fa riflettere l’affermazione del loro Presidente Lamberto Frescobaldi, riportata sul Corriere Vinicolo del 17 febbraio, che già fa i conti con le nuove fette di mercato, che ravvisa una nuova opportunità in questo segmento in crescita, che bisogna guarda con occhio laico ai nuovi trend di consumi! Elementare!!!
Forse, più che rincorrere modi e strategie di marketing mascherate da innovazione, si sarebbe dovuto educare i giovani al consumo consapevole, difendere l’autenticità del vino, la sua capacità di raccontare la terra, il tempo e la passione di chi lo produce e condividere le radici culturali di questa bevanda: Un vino senza alcol è ancora vino? O diventa semplicemente una bevanda aromatizzata che porta con sé il nome vino solo per convenienza commerciale?
Poi, con buona pace della salute del business, si producano pure “bevande” a base di vino ma, per cortesia, non chiamiamole “vino”!
Dottoressa Antonella Anniotti D’Isanto